Il Cervello del Leader


Noi siamo come un fiume, dove le emozioni sono l’acqua e l’alveo la razionalità. Ciò significa che un buon leader deve sempre saper integrare al meglio le emozioni con la razionalità. Questo è quanto la saggezza e l’esperienza umana ci dice da sempre. Ma oggi è anche la scienza ad affermarlo, andando così a eliminare qualsiasi ombra di dubbio su questo fondamentale concetto.

Nel nostro cervello la parte responsabile delle emozioni e quella, invece, adibita alle capacità razionali sono sì separate ma, in ogni caso, fortemente interconnesse tra di loro.

La parte del cervello dove le emozioni più intense si “scatenano” è tra le più antiche e si chiama amigdala (per approfondire l’argomento consiglio la lettura del libro Il cervello emotivo di Joseph LeDoux). L’amigdala (che fa parte del sistema detto “limbico”) controlla costantemente e incessantemente l’ambiente esterno alla ricerca di pericoli, al fine di far scattare tutte le misure di emergenza in modo tempestivo. Queste “misure di emergenza” sono tutte di natura emotiva e si chiamano paura, rabbia, affetto, gelosia, orgoglio e disprezzo. Ognuna di esse ha svolto un ruolo fondamentale per la nostra evoluzione per milioni di anni. Il problema è che negli ultimi millenni della nostra evoluzione il nostro modo di vivere è radicalmente cambiato.

Ci siamo ritrovati a vivere in società in cui i rapporti individuali a medio e lungo termine sono diventati di gran lunga più importanti delle reazioni immediate al pericolo. Ovviamente, ad avere seri problemi dovuti a questo radicale cambiamento sono stati soprattutto i leader dei vari gruppi umani. I leader, infatti, si sono ritrovati a gestire sé stessi e gli altri in situazioni socialmente complicate con un cervello addestrato a reagire in modo immediato ai problemi. Per fortuna la lungimiranza della Natura aveva già provveduto a fornire alla nostra specie gli strumenti adeguati per affrontare questa situazione.

Intorno al sistema limbico oggi nell’uomo si trova quanto di più avanzato esista in natura: la neocorteccia. Di tutta la neocorteccia, per la nostra argomentazione la parte più importante è certamente la corteccia prefrontale. Quest’aria, che si trova proprio dietro la nostra fronte, ha il compito di valutare, soppesare e analizzare tutto ciò che avviene nelle restanti parti del cervello. A seguito di queste valutazioni, decide quali azioni intraprendere. Insomma, la corteccia prefrontale ci permette di prendere decisioni in modo razionale e di tenere, di conseguenza, gli impulsi derivanti dall’amigdala sotto controllo. Ma questo può accadere in modo ottimale solo quando l’area prefrontale è ben allenata a svolgere il suo ruolo. Sì perché l’amigdala ha la capacità di prendere “sotto sequestro” tutto il cervello.

Ad esempio, quando ci spaventiamo a morte perché abbiamo sentito dei rumori e ci mettiamo a urlare e a correre in preda al panico, siamo in presenza di un classico caso di “sequestro” del cervello da parte dell’amigdala. Al contrario, quando anche di fronte a un serio pericolo restiamo lucidi e razionali e valutiamo in modo accorto quanto sta accadendo, allora in quel caso è l’area prefrontale a gestire la situazione.

A fronte di tutto ciò diventa abbastanza evidente quanto sia importante da parte del leader la conoscenza di questi meccanismi e il come, di conseguenza, gestirli al meglio. Anzi, per dirla con le parole del celebre studioso Daniel Goleman, “l’arte della leadership” consiste proprio nel promuovere la “interazione fra intelletto ed emozioni”. Infatti, continua Goleman, le competenze “così cruciali per la leadership, dipendono dal regolare funzionamento di questo circuito limbico-prefrontale”. Ma come può un leader allenare al meglio l’area prefrontale al fine di controllare nel modo più efficacie possibile le proprie e, di conseguenza, altrui emozioni? La risposta scientifica a questa domanda ci viene fornita da un illustre scienziato della University of Wisconsin: il professor Richard Davidson.

Scrive Davidson nel suo libro La vita emotiva del cervello:

«Una funzione primaria della corteccia prefrontale è la pianificazione. Per irrobustirla, potete fare né più né meno ciò che fareste per irrobustire i vostri bicipiti: tenerla in esercizio. […] allenando le vostre capacità di lungimiranza e pianificazione rafforzerete la corteccia prefrontale…».

Insomma, bisogna esercitarsi a essere razionali. Ma non basta. Infatti continua Davidson:

«Uno dei metodi più efficaci per ridurre l’attivazione dell’amigdala […] è la meditazione alla consapevolezza. In questa forma di training mentale ci si esercita a osservare i propri pensieri, le sensazioni e le emozioni momento per momento e in maniera non giudicante, considerandoli per quello che sono: pensieri, impressioni, sensazioni; niente di più niente di meno. […] la meditazione alla consapevolezza trasformerà la vostra reazione sproporzionata ai segnali abbassando il volume nell’amigdala… In altre parole, la meditazione alla consapevolezza ha un effetto di regolazione sulla mente».

Dunque, non può esistere nessuna seria leadership se questa non si basa sull’esercitazione e l’applicazione costante della consapevolezza. È la capacità di essere costantemente consapevoli di ciò che sta succedendo, infatti, che distingue nettamente il vero leader da un incapace. A tal proposito scrivono Goleman & Co. nel loro libro Essere leader:

«La consapevolezza di sé – spesso sottovalutata nello scenario aziendale – è dunque alla base di tutto: se non riconosciamo le nostre emozioni, riusciremo difficilmente a gestirle, e ancor meno sapremo comprendere quelle altrui. […] Anziché consentire alla rabbia di esplodere in un accesso d’ira, essi [i leader consapevoli] la individuano e riescono sia a capirne le cause, sia a escogitare una via d’uscita costruttiva alla situazione. I leader che mancano di questa consapevolezza emozionale di sé, al contrario, perdono il controllo, ma non capiscono perché si trovano in balia delle proprie emozioni.

[…] Per orientare lo stato emotivo di un gruppo, tuttavia, essi devono essere pienamente consapevoli di quelli che considerano obiettivi e priorità personali – e questo ci riporta nuovamente all’importanza della consapevolezza di sé».

In conclusione, senza gestione dell’emotività propria e di quella della squadra di cui si è al comando, nonché senza capacità razionali e costante allenamento alla consapevolezza attraverso autocontrollo e autodisciplina non può esistere leadership. Con buona pace di chi, ancora oggi, si ostina a sostenere il contrario. Benvenuti nella leadership del XXI.

Michele Putrino

Consiglia l'articolo