Il lavoro manuale come vera cura per l’anima


Ci alziamo la mattina, usciamo di casa e corriamo a chiuderci in macchina. Arriviamo a lavoro, scendiamo dalla macchina e corriamo in ufficio. Una battuta al volo con qualche collega e ci piazziamo per otto ore (almeno) di fronte al monitor di un computer, interrotte solo per prendere un caffè, andare in bagno o per la pausa pranzo. Poi usciamo e ─ almeno i più temerari ─ corriamo a barricarci in palestra per un’ora con l’intento di risvegliare un corpo atrofizzato. Usciti dalla palestra o dall’ufficio, ci precipitiamo al supermercato, per poi tornare a casa e piazzarci per qualche altra ora di fronte al televisore o allo smartphone. Tutto questo mentre pensiamo dove trascorre il fine settimana lontano dalla città e sognando una vacanza all’estero per evadere qualche giorno dalla quotidianità.

Minuto dopo minuto sentiamo un profondo e costante malessere interiore. Inizialmente cerchiamo la soluzione in qualcosa che dobbiamo ottenere per acquietare questo malessere: ho bisogno di una nuova macchina, di nuovi vestiti, di far carriera, di diventare più importante, di essere più amato. Poi magari otteniamo queste cose ma continuiamo a sentire questo profondo malessere. Allora ci convinciamo di avere qualcosa che non va: andiamo dallo psicologo, dallo psichiatra, da qualche sapiente guru, dal Mago Otelma, diventiamo seguaci di una setta orientale, frequentiamo corsi new age. Ma niente, quel malessere continua a persistere, diventando sempre più forte.

A tutta questa irrequietezza interiore si aggiunge qualcos’altro: quando ci relazioniamo con gli altri, sia a lavoro che nel quotidiano, percepiamo sempre falsità, ipocrisia, viscidume. Anche in questo caso andiamo alla ricerca un rimedio. “Sono io che mi devo adattare al mondo, non il mondo a me” ci diciamo. E così leggiamo libri e frequentiamo corsi sul come relazionarsi con gli altri e “farseli amici”, sulle tecniche di persuasione, sull’imparare a “leggere” il corpo di chi abbiamo di fronte per capire cosa pensa veramente e così via. Ovviamente sono cose che funzionano per il semplice motivo che ci insegnano a diventare altrettanto falsi e ipocriti, cosa necessaria per sopravvivere in certi ambienti in cui siamo obbligati a vivere. Insomma, sono metodi che servono per farci adattare all’ambiente al fine di diventare ─ per dirla con una metafora contadina rozza ma molto efficace ─ come maiali che amano sguazzare nella merda. Poi però, a lungo andare, se non siamo maiali di natura la schifezza iniziamo a vederla per quella che è, fino ad averne un naturale senso di rigetto.

A distanza di tanti anni passati a fare ricerche e ad apprendere, sulla mia pelle, dalle più disperate esperienze (anche terribili), sono sempre più convinto che tutti noi ci siamo impantanati in un porcile spirituale. Certo, come ho già detto, ad alcuni piace sguazzarci dentro: in fin dei conti ognuno trova piacere nello stare in armonia con ciò che è affine alla propria natura. Ma ad altri no, ed è a quest’ultimi che mi rivolgo.

Ci hanno convinti che gli uomini si dividono in due grandi categorie: quelli che svolgono attività d’intelletto e coloro che, invece, fanno lavori manuali. I primi sono considerati la “classe alta” della società, praticamente degli esseri superiori. I secondi, al contrario, vengono visti come la parte infima, più vicini alla bestia che all’uomo. Le cose stanno veramente così? Niente affatto. Semmai è vero il contrario.

Tutto questo intellettualismo, questo vivere “di testa”, di astrazioni, di informatica, di internet, di mode, di estetica, non ha fatto altro che rincoglionirci, oops, pardon, che alienarci. Ed ecco sopraggiungere un’altra conferma: non sia mai che si dicano parole che rendano all’istante un concetto perché si verrebbe subito etichettati come rozzi e volgari. “Bisogna far capire un certo concetto che si vuole comunicare costruendo frasi che non siano troppo dirette” ci dicono i tipi “superiori” che lavorano “di testa”. Ad esempio, non possiamo dire a qualcuno “Vaffanculo!”, bensì dobbiamo dire: “I tuoi modi mi stanno parecchio infastidendo, vai via!”. Capito? Mai dire cose pane al pane e vino al vino, bisogna essere sempre il quanto più astratti possibile. Non farlo significa essere considerati rozzi, volgari, da censurare.

Com’è potuto accadere, nella realtà, questo ribaltamento di ciò che è buono e di ciò che è cattivo? Risposta: convincendo chi fa un lavoro manuale che il suo è un lavoro di merda, scusate, che svolge un brutto lavoro. E perché è stato necessario questo convincimento? Perché chi svolge un lavoro manuale è molto più libero e, quindi, meno controllabile di chi fa un lavoro da ufficio o, comunque, “di testa”. Provate a trattar male un meccanico mentre vi sta aggiustando l’auto: ci metterà meno di un secondo a prendervi a calci nel sedere e a cacciarvi dalla sua officina. Adesso pensiamo a un lavoratore “da ufficio”: fosse anche un manager, se i suoi superiori inizieranno a trattarlo come una pezza da piedi quasi certamente abbasserà la testa e farà ciò che gli viene ordinato. Fantozzi è la caricatura perfetta di questa reale situazione. A cosa è dovuta questa abissale differenza?

Quando una persona “possiede” un mestiere e quando, ovviamente, lo svolge al meglio, riesce quasi sempre a lavorare. Potrebbe decidere di cambiare luogo in cui vivere o di scontrarsi con un cliente o con il capo: la sua vita difficilmente sarà stravolta. E se anche questo dovesse accadere, spesso ha la possibilità di potersi rifare. Possiamo dire la stessa cosa dell’impiegato? Ovviamente no, e per due motivi. Il primo è dato dal fatto che i lavori da ufficio sono sempre più specialistici (è sufficiente che un’azienda cambi un software perché schiere di dipendenti si ritrovino all’improvviso senza far niente). Il secondo perché basterà essere licenziati per un litigio con il proprio capo affinché quasi certamente nessun’altra azienda lo assumi.

Noi siamo fatti per agire, e questo significa usare il quanto più possibile il nostro corpo, pieni di energia e possibilmente all’aria aperta. Stare immobili dietro schiere di scrivanie per ore ed ore come galline da batteria rinchiuse in invisibili gabbie a fare invisibili uova non è certo quello che si potrebbe definire “vivere in modo sano”.

Qualcosa deve cambiare e un buon primo passo, affinché questo avvenga, è iniziare a vedere la realtà da una prospettiva diversa da quella a cui siamo stati abituati finora.

Vi lascio con un passo tratto dallo splendido (e introvabile) libro di Matthew Crawford Il lavoro manuale come medicina dell’anima che, spero, possa spronare ancor più a vedere il mondo da un altro punto di vista:

«Allora quale consiglio dare a un giovane? Se hai un talento naturale per il lavoro intellettuale, se provi un’attrazione, un impulso irresistibile nei confronti dei libri più difficili, e hai quattro anni della tua vita da dedicare a questi studi, vai all’università. Anzi, vai all’università con lo spirito dell’artigiano, e sprofonda l’anima nelle arti liberali e nelle scienze. Ma se le cose non stanno così, se il pensiero di passare quattro anni in un’aula ti fa accapponare la pelle, sappi che non sei obbligato a sorbirti tutta la trafila per poi fare i salti mortali per guadagnarti da vivere decorosamente. E anche se all’università decidi di andarci, impara un mestiere manuale d’estate: sicuramente soffrirai di meno, e probabilmente guadagnerai di più come artigiano autonomo che tra le quattro mura di un ufficio, a fare il guardiano ai sistemi di informazione o a fare il “creativo” di bassa lega. Per dare retta a questo consiglio ci vuole una vena di vero anticonformismo, perché significa rifiutare un percorso di vita che gli altri indicano come l’unico possibile.»

Michele Putrino

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