Global, socialismo e mondo virtuale: breve storia di un lungo errore


Il corpo è ogni giorno sempre meno considerato, in alcuni casi addirittura disprezzato. L’essere oramai totalmente immersi nei vari “mondi virtuali” ci porta sempre più a credere che il nostro corpo sia soltanto “uno strumento per la nostra mente” di cui in futuro potremo fare a meno. Tutto ciò è frutto di un errore che ha portato, noi uomini moderni, a disprezzare i luoghi fisici con i propri limiti per andare alla continua ricerca di ideali senza limiti di spazio e di tempo.

Ci percepiamo sempre più come qualcosa di diverso dal nostro corpo. Siamo convinti di essere quella continua voce che sentiamo nella nostra testa e che non ci abbandona mai nemmeno per un istante. Ma siamo veramente quella voce? Il nostro corpo è veramente soltanto uno “strumento” utile a soddisfare le voglie di questa voce che ci parla continuamente nella nostra testa? Come vedremo tra breve le cose non stanno affatto così. Questo modo di percepire il nostro vissuto è, come già accennato, frutto di un errore in cui l’umanità è caduta molto tempo fa e di cui ancora oggi è vittima. Noi, infatti, non siamo qualcosa di diverso dal nostro corpo perché noi siamo il nostro corpo.

Prima dell’errore

Fino a circa 400 anni prima che Gesù iniziasse la sua predicazione, tutti gli individui in Occidente si identificavano con il proprio corpo, cioè identificavano il proprio “Io” con le proprie gambe, le proprie braccia, il proprio busto e la propria testa. In tutte le popolazioni etichettate come “pagane” (sia antiche sia, tra quelle che sono rimaste, contemporanee), infatti, l’esaltazione del corpo è del tutto evidente in ogni situazione e momento: dalla danza ai tatuaggi, dai riti alle preghiere. Questo modo di essere portava le persone a vivere fisicamente con il mondo che le circondava e, quindi, a sentirsi in armonia con esso. Tutto ciò ha funzionato fino all’arrivo in questo mondo di Platone.

L’inizio dell’errore

Fortemente influenzato da un movimento religioso diffuso nell’Antica Grecia denominato orfismo, Platone per la prima volta dà una spiegazione “logica” del perché l’anima debba essere considerata come qualcosa di “distinto” e “superiore” rispetto al corpo che esiste invece, dal sua punto di vista, solo per essere disprezzato. In una sua opera (Cratilo, 400c) ad esempio, scrive di essere d’accordo con i seguaci di Orfeo che ritengono il corpo “custodia, tomba e prigione dell’anima” utile solo a far scontare i peccati commessi da quest’ultima attraverso il dolore e la sofferenza. Ha così inizio la sua “filosofia trascendentale” che condurrà tutto l’Occidente (e successivamente, in modo indiretto, anche il Medio Oriente) a credere che la vita vera si trovi nell’al di là. In sostanza con Platone il corpo diventa “ostacolo ed impedimento”.

L’errore al potere

Bisogna prestare molta attenzione al fatto che nel mondo classico questa visione platonica, che distingueva l’anima dal corpo, non era affatto prevalente. Inizia a diventarlo grazie alla forte diffusione di questa filosofia nel III secolo da parte del filosofo Plotino (fanatico seguace, come si evince dal nome, della filosofia di Platone) nell’aristocrazia dell’Impero Romano (era così tanto bene considerato da riuscire quasi a convincere l’allora imperatore Gallieno a costruire una città secondo i dettami di Platone: si sarebbe dovuta chiamare Platonopoli).

Plotino disprezzava totalmente e nel modo più assoluto il corpo ritenendolo, in sostanza, roba da bestie (Enneadi, I, 1, 10). Ma la diffusione, anche tra il popolo, dell’idea che anima e corpo sono due cose separate — e che quest’ultimo debba essere disprezzato e considerato buono solo per riscattare le colpe attraverso il dolore — si deve a Sant’Agostino.

Sant’Agostino riuscì a fondere la filosofia neoplatonica con la religione che nel frattempo era diventata prevalente nell’Impero Romano, e cioè con il cristianesimo. È da questo momento che prende vita quel periodo estremamente oscuro per il corpo che è stato il Medioevo.

Per tutto il Medioevo, come ormai tutti sanno, il corpo e i sensi che da esso derivano, venivano estremamente disprezzati. Ecco perché lungo tutto questo “oscuro” millennio erano così diffuse le autoflagellazioni (come le frustate e l’uso del cilicio): servivano a far scontare le colpe dell’anima e ad accelerarne così l’ascesi verso il “mondo vero”; venivano dunque disprezzati e tenuti lontani i “piaceri dei sensi” proprio perché questi, essendo corporali, trattenevano l’anima nel corpo aumentandone le colpe e, quindi, la permanenza in questo “mondo falso”: e questo solo il Diavolo poteva volerlo (ecco perché il corpo e i sensi venivano associati al Male e al Demonio). Bisognerà attendere l’arrivo dell’Umanesimo affinché il corpo torni a essere preso in considerazione.

La Venere di Botticelli e l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci evidenziano quanto forte fosse, in quel periodo, la voglia di riguardare alla corporeità dopo l’oscurantismo medievale. Addirittura nel seicento lo studio e la classificazione delle sensazioni diventa centrale nei pensatori. Eppure, la scissione corpo/mente è molto forte. Cartesio, con la sua famosa frase “penso dunque sono” identifica l’ “Io” con la propria “mente”, e dunque con qualcosa di non molto diverso dall’anima platonica; ne consegue che il corpo continua a essere considerato come qualcosa di lontano da ciò che conta veramente (la mente appunto).

È a tutto ciò che si deve il fatto per cui, ancora oggi, vengono considerati come “superiori” gli intellettuali e coloro che frequentano ambienti “dotti” mentre, per converso, coloro che vivono lavorando e agendo attraverso il corpo vengono considerati alla stregua delle bestie.

Fine dell’errore (almeno in teoria)

Con Schopenhauer si dà inizio a un vero ritorno alla valorizzazione del corpo. Per Schopenhauer sono proprio la sudorazione, la respirazione, il battito del cuore, insomma, le attività inconsce del corpo che testimoniano l’esistenza di una Volontà “divina” che tutto muove e a cui tutto dà vita, dato che non sono riconducibili alla nostra coscienza e, quindi, al nostro volere. È però con Nietzsche che il corpo torna finalmente a occupare di nuovo la sua importanza e centralità.

Grazie a Nietzsche la vita torna a essere concepita nell’immanenza, cioè nel mondo che percepiamo ogni giorno attraverso i nostri cinque sensi e, quindi, attraverso il nostro corpo. Tutto è giusto; tutto è perfetto e bene e male sono solo nostri punti di vista. Ne consegue che noi siamo il nostro corpo. Con Nietzsche il mondo dell’anima, dell’al di là e quindi della “superiorità della mente” appare come una favola che è durata troppo a lungo. E finalmente la vita e le attenzioni del mondo ritornano a concentrarsi sul corpo. Questo almeno in teoria.

Nei fatti il nostro sprofondare nell’errore di “inseguire la salvezza” in grandi entità immateriali è continuato prima inseguendo la speranza del socialismo internazionale; successivamente quest’ultimo si è evoluto nella visione di un mondo globalizzato e, in fine, grazie all’avvento di internet e delle sempre più avanzate tecnologie, nel credere di poter vivere in un mondo completamente unificato in cui soltanto le nostre menti, interconnesse sempre le une con le altre, contano. Quest’ultima “visione” è talmente tanto sentita che molti scienziati ed esperti delle nuove tecnologie non solo credo ma, addirittura, sperano che un giorno la nostra mente possa essere copiata in un hard disk in modo da poter vivere per sempre senza più il nostro corpo. Insomma, quasi certamente senza averne coscienza, non stanno facendo altro che inseguire quell’illusione, anzi, quell’errore di credere che sia possibile vivere in “un altro mondo” in cui non esistano più i problemi e i limiti dettati dal nostro corpo. Esattamente quell’errore che, quantomeno a partire da Platone, l’uomo insegue da secoli.

In conclusione

È tempo di tornare con i piedi per terra. Nessuna vita può essere pienamente e veramente vissuta se non attraverso il nostro corpo. E questo significa accettare tutti i limiti che il nostro corpo ci detta, a cominciare dal fatto di smetterla di illuderci di poter vivere in una collettività eccessivamente grande se non, addirittura, “globale” perché, per vivere in modo sano, abbiamo bisogno di percepire in modo corporeo e sentito la comunità in cui viviamo; andare oltre un certo limite ci obbliga a intellettualizzare e quindi a ricadere in quel mondo astratto che ci conduce inevitabilmente lontano dal nostro corpo, restituendoci in cambio ansie e non senso della vita.

«Dietro i tuoi pensieri e sentimenti, fratello,

sta un possente sovrano, un saggio ignoto –

che si chiama Sé. Abita nel tuo corpo, è il tuo corpo.

Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza.»

Così parlò Zarathustra — F. Nietzsche

Michele Putrino

Medium 14 febbraio 2017

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