Che cos’è veramente il Populismo


Negli ultimi tempi la parola certamente più in voga è populismo. Utilizzata ormai in qualsiasi contesto, viene intesa soprattutto in senso dispregiativo. Il problema è: in quanti – anche tra coloro che la usano in continuazione – ne conoscono veramente il significato?

Gianfranco Pasquino, uno dei massimi esperti di politica al mondo, nel 1994 (quindi in tempi non sospetti) scriveva per l’Enciclopedia Treccani: «Molto schematicamente si può affermare che esso [il populismo] − sia che si presenti come movimento culturale o politico, sia come atteggiamento mentale o ideologico − è comunque sempre caratterizzato dalla credenza nei valori positivi di quell’indifferenziata entità che è il ”popolo” e dall’esistenza o dall’asserzione della presenza di un rapporto diretto (e quasi carismatico) fra leadership e popolo». Nel leggere questa definizione il populismo non sembra essere poi una cosa così terribile. Anzi, sembrerebbe essere la quintessenza della democrazia stessa, soprattutto se si tiene in considerazione il fatto che la parola “democrazia” è composta dalle due parole greche démos (popolo) e krátos (potere) e che letteralmente significa proprio “governo del popolo” o, più precisamente, «Forma di governo in cui il potere risiede nel popolo» (Vocabolario Treccani). Ma allora, perché il così detto “atteggiamento populista” viene costantemente additato come qualcosa da disprezzare?

A unattenta osservazione è possibile notare che coloro che si allarmano maggiormente di fronte a un “atteggiamento populista” sono quasi sempre gli individui che fanno parte – o che aspirano a fare parte dell’élite dominante di una determinata società e che, basandosi su una comune linea di pensiero, ne determina gli aspetti culturali, economici, politici e sociali. Oggi, per indicare questa élite, viene utilizzata la parola establishment. Reazione del tutto comprensibile giacché, come scrive Pasquino, le «condizioni che favoriscono la comparsa del fenomeno populista sono quelle tipicamente legate a epoche di transizione e quindi di ansietà collettive. […] Non è solo una reazione contro un futuro minaccioso, ma è il tentativo d’introdurre riforme che migliorino le condizioni delle masse popolari»; ergo, i “fenomeni populisti” si presentano quando gran parte del popolo non riconosce e non accetta più l’élite dominante e, quindi, l’ideologia che la guida. Di conseguenza, l’establishment (e anche, è bene ripeterlo, coloro che aspirano a farne parte) non può fare a meno di entrare in allarme e, quindi, cercare di fermare e screditare il fenomeno in ogni modo visto che, altrimenti, il fiorire di questo fenomeno ne potrebbe determinare la propria fine.

Non tutti, però, si allarmano di fronte al “populismo” solo per timore di perdere la propria posizione di potere e i propri interessi. Molte persone intellettualmente oneste, infatti, si preoccupano seriamente di questo fenomeno poiché «il populismo si traduce spesso in movimenti nei quali un legame forte, affettivo ed emotivo, s’instaura fra il popolo e il leader e non viene mediato da alcuna organizzazione. I populisti rigettano, pertanto, sia la trasformazione del loro movimento in partito organizzato sia la democrazia rappresentativa intessuta di strutture politiche intermedie e di gruppi sociali. Questa caratteristica ha naturalmente reso le esperienze populiste molto instabili e fluttuanti, sia perché le emozioni del popolo sono soggette a mutamenti repentini sia perché gli stessi leaders riescono difficilmente a mantenersi all’altezza delle domande popolari per lungo periodo di tempo (senza, in qualche modo, istituzionalizzare il loro potere)» (ibidem). Infatti, come ben spiega il professor Alberoni nella sua celebre opera Movimento e istituzione, se i movimenti popolari non trovano una buona leadership che li conduca a istituzionalizzarsi, possono diventare pericolosi, fino a potenzialmente sfociare in un periodo di estrema instabilità violenta (come è accaduto durante la Rivoluzione francese); oppure, nel caso in cui questa leadership sia presente ma che non ha trovato un punto di equilibrio tra vita pubblica e libertà privata, può dar vita al totalitarismo (come è accaduto per il comunismo e il nazionalsocialismo).

In conclusione, ciò che viene additato come “populismo” altro non è che il palesarsi del malessere – non solo economico ma anche esistenziale – di gran parte della popolazione; malessere intercettato da alcuni individui con particolari capacità che sono riusciti a “linearizzare” e a dar voce a questa inquietudine e ad eventuali soluzioni. Quest’ultimi sono coloro che in seguito vengono riconosciuti come leader. Non bisogna compiere l’errore, infatti, di credere che siano i leader a creare i movimenti popolari. Al contrario, è sempre colui che più di altri riesce a rappresentare le esigenze di un movimento già esistente a diventare leader e così, con il tempo, a trasformarsi nel “centro di gravità” del movimento stesso. Soltanto dopo questa fase le sorti del movimento e ciò che da esso verrà influenzato dipenderanno dalle capacità e dalla visione dei suoi leader.

Insomma, nei periodi in cui è forte l’esigenza di cambiamento e innovazione non si può fare a meno di passare attraverso la così detta “fase populista”, fase di cui ci si deve preoccupare solo nel momento in cui non è presente una leadership forte e capace di istituzionalizzare il movimento e, nel caso questa sia presente che non devi verso il totalitarismo (quest’ultimo è riconoscibile quando lo Stato pretende di decidere anche della vita privata delle persone). Se questi motivi di preoccupazione non esistono, allora coloro che continueranno ad allarmarsi saranno soltanto gli individui che temono di perdere i propri o potenziali privilegi con un nuovo cambiamento. Per il resto, nella storia ogni innovazione e cambiamento nella vita sociale ha avuto sempre inizio da un così detto “fermento populista”.

Michele Putrino

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